2026 Max Cardelli, il mare oltre l’oblò. Un’altra idea di paesaggio, by Alessandro Riva
Da sempre la fotografia è stata associata all’idea di finestra sul mondo: uno strumento capace di aprire lo sguardo sulla realtà e di restituirne una porzione visibile. Ma cosa accade quando quella finestra smette di essere trasparente? Quando il vetro, invece di scomparire, si impone come presenza concreta e diventa parte integrante dell’immagine? È attorno a questa domanda che ruota Innermost, la mostra di Max Cardelli presso Fabbrica Eos, curata da Alberto Mattia Martini. Il progetto raccoglie una serie di fotografie realizzate durante un viaggio in nave attraverso l’oblò e nelle quali il paesaggio marino perde progressivamente la propria funzione descrittiva per trasformarsi in una riflessione sul modo in cui guardiamo la terra, le cose, il mondo. Ad una prima osservazione, le immagini sembrano ridotte a pochi elementi essenziali: una linea d’orizzonte che divide lo spazio, una superficie d’acqua apparentemente immobile, una dimensione atmosferica sospesa. Il bianco e nero contribuisce a questa sottrazione, eliminando ogni seduzione cromatica e concentrando l’attenzione su struttura, ritmo e densità visiva. Tuttavia, il vero soggetto del lavoro non è il mare, né l’orizzonte. È il vetro dell’oblò attraverso cui quel paesaggio viene osservato.
Per comprendere fino in fondo Innermost è utile ricordare il percorso da cui proviene Cardelli. Nato come ritrattista, formatosi tra camera oscura, Polaroid e grande formato, l’artista ha attraversato per molti anni il mondo della fotografia di moda internazionale, collaborando anche con Condé Nast negli Stati Uniti, senza mai abbandonare il proprio interesse per la dimensione umana del ritratto. “Per fotografare qualcosa o qualcuno bisogna prima in qualche modo amarlo”, ha detto una volta. Per lungo tempo questo amore si è rivolto soprattutto alle persone, ai volti, alle loro espressioni e alle loro fragilità. Solo negli ultimi anni il paesaggio è entrato con maggiore continuità nella sua ricerca, quasi come una naturale estensione di quella stessa attenzione rivolta all’altro. Anche nei paesaggi, del resto, Cardelli afferma di continuare a cercare una presenza, un carattere, quasi un volto. La particolarità del progetto risiede proprio in questo aspetto. I segni che attraversano le fotografie – graffi, abrasioni, ossidazioni, velature e colature – non sono il risultato di manipolazioni digitali, interventi pittorici o alterazioni successive allo scatto. Appartengono realmente alla superficie dell’oblò attraverso il quale le immagini sono state realizzate. Ciò che potrebbe apparire come un gesto artistico aggiunto a posteriori è invece parte integrante della realtà osservata. Questo elemento introduce una riflessione particolarmente interessante sul rapporto tra fotografia e percezione. Tradizionalmente intesa come mezzo di registrazione del reale, la fotografia viene qui utilizzata per mostrare non soltanto ciò che vediamo, ma anche ciò che rende possibile la visione stessa. L’oblò smette di essere una finestra trasparente e diventa esso stesso parte del paesaggio osservato.
In questa tensione tra trasparenza e opacità, si colloca gran parte della forza del progetto. Da un lato il mare continua a evocare apertura, distanza e possibilità; dall’altro la superficie segnata del vetro introduce una resistenza costante, ricordando come ogni percezione sia inevitabilmente mediata da filtri, condizioni materiali e limiti fisici. L’immagine non si offre mai come accesso diretto al mondo, ma come luogo d’incontro tra ciò che si mostra e ciò che resta parzialmente nascosto. Le fotografie di Innermost sembrano così collocarsi in una zona di confine tra documento e astrazione. Le grandi campiture orizzontali richiamano inevitabilmente certa pittura del Novecento, da Rothko alle esperienze minimaliste, pur mantenendo una salda appartenenza al linguaggio fotografico e alla sua storia. La riduzione formale non conduce infatti all’astrazione pura, ma a una sospensione nella quale il reale continua a essere presente, pur sfuggendo a ogni definizione univoca. Anche la raffinata scelta tecnica contribuisce a questa esperienza. Le stampe in Platinum Palladium su carta giapponese Mitsumata, successivamente assemblate con tecnica chine-collé su carta Arches Platine, conferiscono alle immagini una qualità tattile e una profondità tonale che amplificano il carattere intimo del progetto. L’opera non si limita a essere osservata, ma si impone come presenza fisica, fragile e al tempo stesso estremamente concreta.
Il titolo Innermost, infine, suggerisce una dimensione interiore che potrebbe apparire, almeno inizialmente, distante da queste vedute marine. In realtà è proprio attraverso la riduzione del visibile che Cardelli costruisce uno spazio di riflessione. L’interiorità evocata dal progetto non è psicologica né narrativa. Nasce piuttosto dal confronto tra il desiderio di vedere con chiarezza e la consapevolezza che ogni visione sia inevitabilmente filtrata, situata e incompleta. “Quando guardiamo un’immagine, questa rimane impressa nella nostra retina ancor prima che noi possiamo avere la facoltà di accettarla o meno”. Una frase che sembra descrivere perfettamente anche Innermost, dove la fotografia agisce prima come esperienza visiva e sensoriale che come racconto o rappresentazione. In un’epoca in cui le immagini vengono prodotte e consumate con velocità crescente, Innermost invita a recuperare il tempo dell’osservazione. Non cerca l’effetto spettacolare né l’immediatezza della comunicazione. Chiede piuttosto di sostare davanti all’immagine, di accettarne le ambiguità e le imperfezioni. È un atteggiamento che attraversa tutta la ricerca di Cardelli, da sempre attratto dalla lentezza della fotografia analogica e dai processi della stampa al platino-palladio. In questo senso il mare di Innermost non è soltanto un paesaggio: è uno spazio mentale nel quale lo sguardo può rallentare e tornare a interrogarsi sul proprio modo di vedere.